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LE MARIONETTE GAMBARUTTI

Un mondo affascinante e variegato quello del teatro d’animazione e di cui molto ancora c’è da dire e da sapere. Se siamo riusciti a incuriosirvi e desiderate raccogliere ulteriori notizie in proposito, vi raccomandiamo una visita al sito www.marionette.it, dal quale, per gentile concessione della famiglia Gambarutti, abbiamo tratto il materiale per questo spazio.
Il sito, da sfogliare pagina per pagina come un libro illustrato, è articolato in varie sezioni. In esse potrete scoprire le differenze tra le varie figure del teatro d’animazione, conoscere la storia della marionetta, dai tempi dell’antica Grecia ai giorni nostri, e quella della famiglia Gambarutti, marionettisti da generazioni (la loro attività affonda le radici nella seconda metà del ‘700!), di origini liguri-piemontesi, che hanno portato in giro per l’Italia e per il mondo i propri spettacoli e dei quali potrete gustare qualche scorcio all’interno dello stesso sito web.
Concludiamo con una chicca riservata a tutti i nostri visitatori. Massimo Gambarutti, quarta generazione di questa famiglia d’artisti, ci ha concesso un poco del proprio tempo per rispondere a qualche domanda.

Signor Gambarutti, Lei è un “marionettista dalla nascita”. Come ricorda la sua infanzia nel magico mondo delle marionette?

Così com’è successo per mio padre e per mio nonno, in casa si parlava quasi esclusivamente di marionette. Le compagnie marionettistiche erano e sono formate da gruppi familiari, di cui le marionette hanno sempre fatto parte. Le si trovava dappertutto, in cucina, in sala, in camera da letto, venivano trattate come figli, a volte meglio dei figli, perché erano quelle che consentivano di lavorare e campare. Nel periodo della mia nascita, la televisione faceva i suoi primi timidi passi nel mondo della comunicazione; purtroppo nessuno si accorse che piano piano avrebbe distrutto qualsiasi altra forma di spettacolo. Mio padre è stato uno dei pochi a “tenere duro”, cioè a cercare di continuare con il teatro, mentre altre compagnie chiudevano i battenti e relegavano il loro materiale in cantine o depositi dove poi, col tempo, la maggior parte di questo materiale sarebbe marcita e diventata inutilizzabile. Mio padre rielaborò i testi dando un’impronta più veloce e musicale agli spettacoli, cambiò il repertorio e sparirono i vecchi drammi per lasciare il posto a favole e spettacoli più leggeri. Devo riconoscere che appartenere a una famiglia di marionettisti mi ha molto aiutato sotto il profilo scolastico. Nella maggior parte dei casi i testi rappresentati negli spettacoli, anche se adattati, facevano riferimento a fatti storici, come, ad esempio, la scoperta dell’America o Giovanna D’Arco, in cui i personaggi, gli avvenimenti e le date erano rispettate; per cui, rispetto agli altri studenti, io godevo di una qualche informazione in più, magari non facente parte dei libri ufficiali di storia sui quali si studiava, ma che contribuiva a rendere più chiari gli avvenimenti. Ricordo che quando con la mia famiglia ci siamo trasferiti vicino a Milano, a scuola venivo regolarmente ingaggiato quando si trattava di mettere insieme uno spettacolino con i miei compagni (i corsi e i laboratori con saggio finale nelle scuole erano ancora una cosa di là da venire, ne parlerò più tardi in particolare). Per i figli dei marionettisti, il regalo principe di Natale era il teatrino con le marionette. Si badi, non il teatrino comperato nel negozio di giocattoli, ma uno realizzato appositamente dal padre o dal nonno. Ricordo sempre con piacere un meraviglioso teatro con marionette che mi regalò mio nonno nel Natale del 1965: era largo e alto 1 metro e mezzo, fornito di fondali e sipario in tela dipinta, con doppio ordine di quinte, tutto in legno smontabile per occupare meno spazio possibile. Per realizzare le marionette aveva acquistato alcune piccole teste dalla compagnia Cagnoli (altra famiglia di marionettisti) e aveva costruito una dozzina di personaggi alti circa 40 centimetri.
Purtroppo, però, circa a metà degli anni ‘60 mio padre, per tirare avanti, dovette cercarsi un altro lavoro, comunque senza mai mollare il teatro; se fosse capitato di fare qualche spettacolo sarebbe stato pronto. Ricordo che in quegli anni, durante l’estate, i miei mi portavano da mio zio Ugo, che aveva un teatro per rappresentare spettacoli all’aperto. Questo teatro era munito di una staccionata che circondava una serie di sedie e panche per gli spettatori. Con esso ci si recava nei luoghi di villeggiatura, fermandosi almeno un mese in ogni località e cambiando spettacolo ogni sera. Nel contempo io e mio cugino, nei tempi lasciatici liberi dal dare una mano durante gli spettacoli, realizzavamo piccoli spettacoli di marionette in cartone, copiavamo i fondali per l’ambientazione e ci giocavamo con gli altri bambini che erano lì a passare le vacanze. Un’ultima cosa; generalmente, nel mondo del teatro delle marionette, solo il primogenito apprende con più entusiasmo questo tipo di lavoro (forse perché essendo il primo, viene caricato di più responsabilità e aspettative), mentre per i figli nati successivamente, scatta quasi un rifiuto a tutto ciò che fa parte del teatro delle marionette. Ciò si è verificato tra mio padre e sua sorella e tra me e mia sorella (ma altre compagnie non sono esenti da questa particolarità).

In Italia, purtroppo, il teatro d’animazione viene considerato soprattutto uno spettacolo di intrattenimento per l’infanzia. Ebbene i bambini di oggi, abituati alla televisione (dove di certo a quest’arte non viene dedicato molto spazio) e ai videogiochi di ultima generazione, come accolgono le marionette?

Che il teatro di animazione sia considerato un intrattenimento per l’infanzia, lo si deve principalmente agli operatori del settore. Mi spiego: con l’avvento della televisione, il pubblico, trovandosi il divertimento in casa, non era più costretto ad uscire e ad affluire a teatro. A questo punto, vista la carenza di pubblico, marionettisti e burattinai si trovarono di fronte a due alternative:
1) chiudere tutto e fare qualsiasi altro lavoro;
2) per sopravvivere e sperare in un futuro migliore, cercare di spostare il target su un pubblico diverso.




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